PIEMONTE MADE IN ITALY”, messaggio unanime per l’ortofrutta piemontese in occasione della partecipazione alla 21ma volta di Fruit Logistica, la fiera-simbolo dell’incontro internazionale del commercio di prodotti freschi che ha appena calato il sipario a Berlino.

 “L’edizione 2013 ha battezzato il protagonismo del made in piemontese del comparto ortofrutticolo – spiega Domenico Sacchetto, presidente di Assortofrutta – a cui ogni cooperativa e azienda presente nella nostra area ha saputo richiamare il proprio stile di brandizzazione imprenditoriale, tenendo fede alla centralità del messaggio di aggregazione, indispensabile per incontrare il mercato con un nuovo slancio e appeal verso un trend crescente di internazionalizzazione”.

Un modo di essere e di raccontarsi al mercato, più che un semplice slogan, che centralizza il ruolo produttivo del Piemonte nell’economia nazionale, portando in scena l’evidente ricchezza di referenze del comparto ortofrutticolo grazie alla grafica vivace dell’area espositiva, che quest’anno ha dato risalto al mix variegato di colori di frutta e ortaggi trasposti su un fondale nero dalla linea essenziale ed elegante (vd. banner sopra). “Anche quest’anno Fruit Logistica ha saputo tradursi in una grande opportunità per consolidare contatti con player a livello internazionale – è il responso del leader della cooperazione cuneese, Domenico Paschetta, vertice di Confcooperative Cuneo – La volontà comune del mondo cooperativo è senza dubbio quella di sviluppare iniziative progettuali capaci rafforzare ulteriormente la competitività delle imprese a partire dalla base, favorendo la concentrazione dell’offerta, l’integrazione di filiera e promuovendo traguardi di eco-compatibilità e di sicurezza alimentare”.

Insieme all’immagine coordinata di Assortofrutta – che ha fatto da clichè alle sue quattro Organizzazioni dei Produttori, cioè Piemonte Asprofrut, Lagnasco Group, Ortofruit Italia e Albifrutta – la numerosa presenza di aziende leader del cuneo-piemontese ortofrutticolo ha di fatto permesso di qualificare ulteriormente l’offerta territoriale, associandola alla sfida del Made in Italy, come opportunamente plaudito dall’Ambasciatore italiano a Berlino, Elio Menzione, durante la sua visita allo stand del Piemonte, accompagnato dal Capo della Segreteria Tecnica del Ministro delle Politiche Agricole e Forestali, Carlo Sacchetto: “Se l’aggregazione e il gioco di squadra sono elementi fondamentali per il successo globale del settore ortofrutta – ha dichiarato l’Ambasciatore – l’impegno delle imprese deve puntare a una sempre maggiore differenziazione per incontrare il favore del mercato, comunicando il territorio”.

220 mtq d’impattante vivacità imprenditoriale – completamente rinnovata grazie al sostegno dell’Assessorato all’Agricoltura della Regione Piemonte – in cui il senso dell’aggregazione delle imprese ha stretto alleanza con l’idioma della qualità delle produzioni, testimoniato dalle numerose degustazioni di prodotti e vini dell’agroalimentare regionale nell’open-space promosso da Fedagri-Confcooperative Piemonte, e curato dall’Istituto Alberghiero di Dronero, qui presente con il Maitre-Chef Mauro Prato, coadiuvato dagli alunni Nicola Cavallo, Luca Lamberti e dalla Sommelier della frutta Romina Baratta.

Terre di Cosenza Vino DOP – il prestigioso Rosso presentato dalla Camera di Commercio di Cosenza al Vinitaly 2013

A cura di VINOIT.IT – BEST ITALIAN WINE – www.vinoit.it

“Terre di Cosenza” l’ormai celebre Dop bruzia arriva al Vinitaly 2013 con i calici colmi di una tradizione vinicola destinata ad attrarre appassionati, fini palati di sommelier e bujer esteri. Tra le stelle del vino italiano ”Terre di Cosenza” si lascerà degustare a Verona dal 7 al 10 aprile.

TERRE DI COSENZA: 21 CANTINE, PROFUMI E SAPORI UNICI 
Le 21 cantine di Terre di Cosenza ospiti del padiglione 7B, presenteranno tutte le nuove proposte della Dop bruzia: profumi e sapori unici che raccontano il territorio e svelano il pregio della produzione vinicola cosentina.

TERRE DI COSENZA VINI DOP AL VINITALY 2013, LA RASSEGNA INTERNAZIONALE DEL VINO ITALIANO
Il Vinitaly è da anni riconosciuto in tutto il mondo come appuntamento simbolo del settore enogastronomico, non solo dagli addetti ai lavori ma anche da semplici appassionati del buon gusto. Per questo la Camera di Commercio di Cosenza, anche per la quarantasettesima edizione dell’evento ha voluto allestire un unico stand consortile nel quale presentare il meglio della produzione vinicola calabrese alle delegazioni di buyer esteri accuratamente selezionati dall’ente camerale: Inglesi, Giapponesi, Tedeschi, Spagnoli, Canadesi e Russi.

TERRE DI COSENZA VINI DOP: COSA NE PENSA GIUSEPPE GAGLIOTI
Giuseppe Gaglioti
Presidente della Camera di Commercio di Cosenza, nel presentare ufficialmente l’iniziativa, ha dichiarato: “Il vino della provincia di Cosenza fino a qualche anno fa era un’entità sconosciuta, oggi si presenta a Vinitaly con un prodotto di grande qualità, capace di competere sui mercati nazionali ed internazionali. La Camera di Commercio – ha aggiunto il presidente Giuseppe Gaglioti – è da sempre vicina alle imprese e le sostiene accompagnandole verso i mercati esteri. Ed è per questo che al Vinitaly l’ente sarà presente con un’intera area di 400 metri quadrati per dare più visibilità alla nostre aziende e promuovere la nostra economia che cresce. Le cantine cosentine non sono più le “cenerentole” dell’enologia italiana, ma attrici protagoniste in grado di offrire etichette molto apprezzate a un mercato che richiede prodotti di altissima qualità”.

TERRE DI COSENZA VINI DOP AL VINITALY 2013
Anche la testata giornalistica VINOIT.IT – BEST ITALIAN WINE suggerisce agli appassionati del “Buon Bere e del Buon Vivere” di visitare lo spazio della Camera di Commercio di Cosenza. Padiglione 7B.

 

VINI “TERRE DI COSENZA” DOP BRUZIA  SUL GRUPPO COMUNICAREITALIA

Terre di Cosenza – Speciale Wines & Food – Clicca Qui

ComunicareITALIA.IT
http://www.comunicareitalia.it/2013/04/terre-di-cosenza-vino-rosso-dop-per-una-grande-tradizione/
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VINOIT.IT – Best Italia Wine
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FOOD-MAGAZINE.IT
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http://www.food-magazine.it/2013/04/07/terre-di-cosenza-dop-bruzia-ospita-il-ministro-corrado-clini/

 

 

 

Per mangiare sicuro e salvarsi dalle frodi alimentari non c’è che una soluzione, tornare al sano e vecchio Made in Italy: è la ricetta di Slow Food che davanti agli scandali alimentari che si sono susseguiti negli ultimi giorni ha stilato una lista dei ristoranti sicuri. Basterà? Difficile, al ristorante siamo tutti indifesi. Lo slogan è affascinante – Ne abbiamo le tasche Ripiene! – l’effetto immediato: 148 ristoranti hanno aderito alla campagna di sensibilizzazione dell’associazione ideata da Carlo Petrini.

In pratica da venerdì primo marzo a domenica 17 marzo chi ha mangiato nei locali certificati è andato sul sicuro perché ha mangiato un primo piatto fatto di pasta in qualche modo ripiena frutto della grande tradizione gastronomica del nostro Paese. Un susseguirsi di ristoranti diffusi in tutto lo stivale italico con alcuni territori più sensibili, per esempio Cuneo ne ha ben 13 superando Roma che ne mostra solo 8, ma Cagliari ne offre uno soltanto e Milano 2 come per altro Parma, mentre a Bologna hanno accolto l’iniziativa solo in tre e lo si sottolinea con dispiacere visto che alcuni primi piatti di questi territori sono celebri nel mondo.

Comunque è stato un trionfo di lasagna, timballi, tortellini e ora si ripiomba nell’incertezza fatta di carne di cavallo nelle lasagne al posto del manzo, di formaggi falsamente realizzati in Italia e altre simili “prelibatezze”. “Dobbiamo ritornare ai fondamentali – sottolinea Roberto Burdese, presidente di Slow Food Italia – dire cosa è un vero tortellino, raccontare come si fa, con le mani e la passione, descriverne gli ingredienti”.

L’unica strada per salvare la nostra cucina è la trasparenza per Burdese: “Sui media di tutta Europa sta passando l’immagine di piatti che sono patrimonio delle multinazionali, piatti che è meglio evitare perché di dubbia composizione e qualità. Invece – incalza Burdese – stiamo parlando di alcuni capisaldi della cucina regionale italiana, pezzi della nostra identità e della cultura materiale del nostro Paese”. Anche perché da un’elaborazione della Coldiretti su dati Efsa (Autorità europea per la sicurezza alimentare) è emerso che i nostri prodotti alimentari sono i meno contaminati e presentano meno residui chimici se comparati con quelli dell’Unione Europea e dei paesi extracomunitari.

di Massimiliano Carbonaro

www.puntarellarossa.it

Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia

Università degli Studi di MODENA e REGGIO EMILIA – Fotosintesi e fotovoltaico – Una questione quantistica

Alla base della conversione di luce in energia non è la fisica classica ma la meccanica dei quanti. Lo rileva uno studio condotto dall’Istituto nanoscienze e dall’Istituto di fotonica e nanotecnologie del Cnr, pubblicato su Nature Communications, che permetterà di lavorare a sistemi più efficienti

Fotosintesi e Fotovoltaico – La fotosintesi, il processo di conversione di luce in energia più diffuso sul nostro pianeta, continua a ispirare la ricerca per produrre energia pulita. Uno studio su molecole artificiali del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) rivela, con un dettaglio mai raggiunto prima, i fenomeni quantistici alla base dei processi fotosintetici e fotovoltaici. Il risultato, a firma dell’Istituto nanoscienze (Nano-Cnr) e dell’Istituto di fotonica e nanotecnologie (Ifn-Cnr), in collaborazione con le università di Modena e Reggio Emilia, di Oldenburg e dei Paesi Baschi e il Politecnico di Milano, è pubblicato su ‘Nature Communications’.

“Usare la luce solare per produrre energia pulita è una delle sfide scientifiche del prossimo futuro. La natura, con la fotosintesi, ha sviluppato architetture molecolari efficientissime per convertire la luce solare in energia chimica, mentre l’uomo ha scoperto come trarre energia elettrica dalla luce grazie ai sistemi fotovoltaici”, commenta Carlo Andrea Rozzi di Nano-Cnr di Modena. “In entrambi i processi è cruciale la fase iniziale, nota come light-harvesting o raccolta della luce, dove l’energia di eccitazione di una molecola recettore, che assorbe la luce incidente, viene trasferita a molecole più distanti”.

I ricercatori hanno assemblato in laboratorio il più semplice prototipo artificiale di light-harvesting. “Si tratta di una macro-molecola formata da un recettore di luce e da due unità per la raccolta della carica elettrica”, prosegue Rozzi. “Abbiamo verificato che il trasferimento delle cariche elettriche dal recettore verso le altre molecole avviene con un meccanismo di coerenza quantistica, ossia tramite una sorta di oscillazione collettiva e ordinata di elettroni e nuclei atomici. Grazie a un approccio congiunto sperimentale e teorico siamo in grado di costruire, con un dettaglio mai ottenuto prima, una mappa di come in poche decine di femtosecondi (milionesimi di miliardesimo di secondi!) l’eccitazione luminosa si trasformi in differenza di potenziale”.

Lo studio su fotosintesi e fotovoltaico ha evidenti risvolti pratici potenziali. “Comprendere che l’efficienza del processo dipende in modo determinante dalla flessibilità strutturale della molecola che collega recettore e accettore servirà a progettare sistemi molecolari artificiali più efficienti da impiegare in nuovi dispositivi fotovoltaici e nuove celle a combustibile”, conclude il ricercatore.

È disponibile un filmato su Fotosintesi e Fotovoltaico al link

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modena e reggio emilia

Università degli Studi di MODENA e REGGIO EMILIA

Identificato il gene che favorisce l’adattabilità dell’orzo

Identificato Gene che favorisce l’adattabilità dell’orzo da ricercatori dell’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia, che hanno agito in collaborazione con colleghi del Centro di ricerca per la genomica di Fiorenzuola d’Arda, dell’IPK – Leibniz Institut fuer Pflantzengenetik di Gatersleben (D) e del James Hutton Institute di Dundee (GB), il gene che ha consentito ad un cereale diffusissimo come l’orzo di adattarsi a differenti climi. Questa adattabilità è dovuta ad un gene di orzo, HvCEN, omologo a Centroradialis di Antirrhinum. I risultati raggiunti attraverso questo studio scientifico, che aprono nuove prospettive sia per la comprensione di meccanismi simili in altri cereali, sia per lo studio di altre “firme” della selezione dell’uomo, sono stati pubblicati sulla rivista Nature Genetics.

Dall’introduzione della agricoltura, l’approvvigionamento alimentare in Europa è stato reso possibile grazie alla diffusione e alla adattabilità di coltivazioni di cereali come l’orzo. Questa adattabilità  viene spiegata in uno studio condotto da ricercatori del Dipartimento di Scienze della Vita dell’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia, il prof. Nicola Pecchioni e il dott. Enrico Francia, che hanno offerto un importante contributo agli studi sulla genomica dei cereali con la pubblicazione sulla prestigiosa rivista Nature Genetics di uno studio dal titolo “La variazione in un omologo del gene di Antirrhinum CENTRORADIALIS ha contribuito all’adattamento ambientale dell’orzo”.

Lo studio, condotto assieme ad altri colleghi del CRA – Centro di ricerca per la genomica di Fiorenzuola d’Arda, dell’IPK – Leibniz Institut fuer Pflantzengenetik di Gatersleben (D) e del James Hutton Institute di Dundee (GB), ha puntato a spiegare come – geneticamente – si sia reso possibile l’adattamento ai differenti climi europei dell’orzo che, a seconda delle varietà, si è conformato a climi come quello delle zone del Mediterraneo e a quello di zone del Centro e Nord Europa.

I cereali e le altre specie addomesticate – ha spiegato il prof. Nicola Pecchioni –  sono andate incontro in migliaia di anni ad un notevole cambiamento ecologico e ambientale. Portate dall’uomo dal Medio Oriente verso l’Europa, si sono dovute adattare a climi diversi, per sfruttare, da una parte le corte primavere calde del Sud Europa, e dall’altra le gradualmente più lunghe e fresche primavere del Centro e Nord Europa. Nei più importanti cereali europei, cioè il grano e l’orzo, i tipi <invernali> si sono adattati a sopravvivere all’inverno e a fiorire in fretta prima del caldo estivo; i tipi <primaverili> sono stati invece selezionati per essere seminati dopo l’inverno ed approfittare delle tante ore di luce di una primavera molto più fresca e lunga”.

Si tratta di uno studio, quello portato avanti dai ricercatori dell’Ateneo di Modena e Reggio Emilia, iniziato fin dal 2004 e proseguito nel tempo attraverso prove condotte in diversi ambienti del Mediterraneo, tra Italia, Spagna, Nord Africa e Medio Oriente, durante le quali si è compreso che un singolo gene sul cromosoma 2 contribuiva in larga parte alla produzione di orzo.

Giungere a questo risultato  – hanno continuato il prof. Nicola Pecchioni e il dott. Enrico Francia dell’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia –  è stato possibile grazie ad un incrocio tra una varietà costituita dalla ricerca pubblica in Italia, Nure, invernale, ed adattata perfettamente all’ambiente di Italia e Spagna, ed una varietà elite, denominata Tremois, primaverile, poco produttiva nei nostri climi, perché adattata all’ambiente che si ritrova nel nord della Francia”.

A partire da questo primo riscontro lo studio è andato oltre, volgendosi alla ricerca dei “geni candidati” a spiegare la variazione nel tempo di fioritura e, quindi, alla produzione di seme. Anche grazie al coinvolgimento, in un importante progetto collaborativo, di grandi gruppi di ricerca europei, scozzesi e tedeschi che – nel frattempo – erano arrivati a conclusioni simili, partendo dallo studio di collezioni di materiali adattati a climi più freddi.

Nell’orzo – ha spiegato il prof. Nicola Pecchioni – sono state identificate recentemente le cosiddette <firme> di questa selezione operata dall’uomo. I tipi invernali, coltivati nel Mediterraneo, e quelli primaverili coltivati a latitudini più settentrionali sono chiaramente divergenti, e per pochissime mutazioni. In una di queste <firme> della selezione per l’adattamento al clima, abbiamo identificato una variante naturale del gene di orzo omologo a Centroradialis di Antirrhinum (HvCEN). Una mutazione in questo singolo gene ha contribuito grandemente allo sviluppo della cerealicoltura e all’approvvigionamento di cibo in Europa, e da qui ad altre parti del mondo, modulando il tempo di fioritura nel cereale. Nei tipi invernali è fissata una variante che consente di accelerare la produzione di seme, mentre nei tipi primaverili un’altra variante allunga il ciclo per sfruttare la primavera, agendo probabilmente da repressore della fioritura”.

Centroradialis di orzo è simile non soltanto al gene di Antirrhinum, o bocca di leone, nel quale è stato scoperto per la prima volta, ma anche ad altri geni di barbabietola e di pioppo che regolano la fioritura in queste specie. Pertanto i risultati raggiunti aprono nuove prospettive sia per la comprensione di meccanismi simili in altri cereali, sia per lo studio di altre “firme” della selezione dell’uomo.

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Lo scorso 20 Febbraio si è svolto al  Ministero dell’Istruzione un evento piccolo ma con un grande significato: tre gruppi di ragazzi provenienti da tre scuole italiane, una del nord, una del centro e una del sud, hanno presentato al Ministro Profumo tre servizi web, progettati e realizzati da loro, per risolvere i problemi della scuola.  

Tutto è iniziato il 9 ottobre 2012 a Roma durante Hack4School, un misto tra un hackathon e un startup week end, durante il quale 150 ragazzi divisi in 14 team hanno ideato e progettato soluzioni innovative per la scuola di oggi.

L’obiettivo, com’è facilmente immaginabile, era chiedere direttamente agli studenti quali fossero i loro problemi e invitarli, accompagnati da alcuni esperti, a trovare delle soluzioni concrete.

Dopo otto ore d’intenso lavoro, molti errori e qualche ottima intuizione sono nati 14 progetti. I migliori 3 sono stati presentati il giorno dopo all’evento iSchool, davanti a quattromila studenti e al Ministro Profumo che, commentando positivamente le presentazioni, ha chiesto ai finalisti se se la sentissero di provare a realizzare veramente le loro idee e quanto tempo ci sarebbe voluto.

“Lo facciamo in quattro mesi“, hanno risposto senza esitare.

Dal giorno dopo il gruppo di Hack4School si è messo al lavoro per organizzare il processo. Le tre proposte finaliste sono entrate in un programma di accelerazione che si è sviluppato in quattro mesi. I team dopo un primo seminario approfondito svoltosi in ognuna delle tre scuole sono stati seguiti online in un processo formativo e creativo, con il coordinamento del Ministero e il supporto attivo del Consorzio TOP-IX e dell’ associazione Junior Achievement che li ha portati a tradurre le idee in prototipi. Mercoledì scorso si sono visti i risultati.

Le tre soluzioni realizzate, attenzione che si tratta di MVP (minimum viable product) ossia versioni alfa e non prodotti finiti, sono:

Elekto  realizzato dall’IT Tosi di Busto Arsizio. Si tratta di una piattaforma web, una sorta di marketplace di progetti didattici, per trovare esperienze educative innovative e permettere a chiunque di presentare la propria offerta formativa al mondo della scuola; una piattaforma aperta in cui gli utenti possono votare le soluzioni più convincenti che hanno l’occasione di farsi conoscere e di crescere.

Choice – mi gioco il mio futuro– realizzato da una ragazza dell’ I.I.S. Via Copernico di Pomezia e un ragazzo del Liceo Plinio Seniore di Roma. E’ un servizio per orientare i ragazzi nella scelta della scuola superiore che si compone di tre elementi: un quiz attitudinale in forma di gioco, un catalogo di tutte le scuole italiane basato sui dati aperti del MIUR che presenti le caratteristiche degli istituti e una parte social in cui gli studenti possono esprimere il loro parere sulla scuola informando chi deve decidere.

Let’s Open Your Class realizzato dal Liceo Manzoni di Caserta. E’ un servizio che consente a più scuole di fare lezione insieme. E’ una sorta di Erasmus virtuale per scuole superiori che permetta, ad esempio, a una classe italiana e a una inglese di fare una lezione di storia sulla seconda guerra mondiale insieme, favorendo così un nuovo confronto internazionale oltre ad esercitare una lingua straniera (e rafforzare lo spirito europeo dei ragazzi).

Il Ministro si è complimentato con i ragazzi, emozionatissimi, e con i professori e presidi che li hanno sostenuti e ha collegato l’iniziativa a due aspetti centrali delle sue politiche, sui quali abbiamo lavorato molto come task force: la necessità di creare un nuovo rapporto tra il MIUR e le sue grandi comunità (studenti, docenti e insegnanti) e l’opportunità eccezionale di usare la scuola come luogo d’elezione per sviluppare una nuova cultura dell’innovazione, un potente ripetitore dal quale l’onda innovativa si propaghi in tutta la società.

Personalmente credo che hack4school sia un esempio significativo perché innanzitutto si tratta di una promessa mantenuta, come scrivono sui loro siti TOP-IX e Junior Achievement.

Una doppia promessa aggiungo io, perché da una parte i ragazzi e i loro mentori non si sono tirati indietro e hanno realizzato veramente i prototipi e dall’altra le istituzioni (il mondo degli adulti) hanno mantenuto l’impegno verso di loro, coinvolgendoli in un processo reale. All’annuncio è seguita un’azione concreta e questa mi sembra una notizia molto rassicurante in un mondo troppo spesso subnormale.

Fin da subito questo percorso mi ha stupito per due motivi: la passione dei ragazzi e i temi trattati. La passione era prevedibile ma è cambiata nel tempo: dall’entusiasmo iniziale, alla preoccupazione per le difficoltà realizzative, alla soddisfazione di avere raggiunto l’obiettivo. I temi proposti dagli studenti erano gli stessi che impegnavano i corridoi del ministero: orientamento, valorizzazione delle competenze e del merito, utilizzo delle tecnologie per comunicare e condividere esperienze educative, nuovi modelli di didattica, ecc. Ma non erano soltanto simili erano esattamente gli stessi!

Così ho capito che in fin dei conti i problemi del ministro e degli studenti sono gli stessi; trovo che anche questo sia un pensiero rassicurante in un modo ottusamente antagonista.

Chiaramente abbiamo realizzato il numero zero, il primo esperimento. Molte cose devono essere migliorate partendo dal coinvolgimento di un maggior numero di scuole, possibilmente tutte quelle interessate, e da un rafforzamento della rete di supporto agli studenti che coinvolga i territori; sarebbe bello creare una hack lab o fab lab in una scuola di ogni città, no? Poi è necessario sviluppare con un percorso più lungo e articolato le competenze sia tecniche sia imprenditoriali  dei ragazzi.

Infine, il processo dovrebbe essere strutturato a livello centrale perché ha le potenzialità di innovare il procurement pubblico, coinvolgendo direttamente i cittadini – i cittadini del mondo della scuola sono gli studenti – in un percorso di progettazione partecipativa; in fondo, chi meglio di loro conosce e vive i problemi della scuola?

Ma la cosa più importante dell’esperimento Hack4School è che esercita l’attitudine all’innovazione, una predisposizione da coltivare fin da piccoli che nasce dalla sana frustrazione verso una realtà che non ci corrisponde, sensazione tipica dell’adolescenza che purtroppo cerchiamo di dimenticare appena possibile, e può diventare, se coltivata e educata, energia positiva in grado di smontare i problemi e costruire soluzioni; una predisposizione all’azione che non produce solo crescita economica ma progresso sociale.

Torino, 24 febbraio 2013

LORENZO BENUSSI

Forse stiamo crescendo e forse stiamo imparando ad accettare l’idea che, nella società dell’informazione, non serve e non è giusto ambire a veder riconosciuto il diritto di ciascuno ad accorciare la memoria della Rete, ottenendo la cancellazione di qualsiasi informazione lo riguardi da giornali, blog e piattaforme di social network.

Forse. Ma la strada è ancora lunga.

E’ questa la sensazione che si trae a leggere una recente bella decisione del Garante Privacy che potrebbe rappresentare una tappa importante nell’individuazione della necessaria posizione di equilibrio tra il diritto alla privacy del singolo e quello all’informazione dei media e della collettività.

La storia all’origine della decisione è una delle tante nelle quali, una persona lamenta la lesione del proprio diritto alla privacy [n.d.r. nella sua peculiare declinazione di c.d. “diritto all’oblio”] in conseguenza della pubblicazione negli archivi storici online di un quotidiano di una notizia con la quale si dava conto del proprio coinvolgimento in un procedimento giudiziario ma non anche dell’evoluzione del giudizio che aveva condotto al proprio proscioglimento.

Secondo un copione collaudato, l’interessato ha chiesto al Garante per la Privacy di ordinare all’editore la cancellazione dell’articolo perché ormai non più attuale, la sua disindicizzazione dai motori di ricerca “generalisti” o, almeno, di procedere al suo aggiornamento.

Nuova, condivisibile, senza sbavature e, soprattutto “moderna”, la risposta del Garante per la privacy.

Nessun ordine di cancellazione dei contenuti in questione perché “il trattamento dei dati personali del ricorrente[…,] a suo tempo effettuato in modo lecito per finalità giornalistiche, nel rispetto del principio dell’essenzialità dell’informazione riguardo a fatti di interesse pubblico, rientra ora, attraverso la riproposizione dei medesimi dati negli articoli pubblicati quale parte integrante dell’archivio storico del quotidiano reso disponibile on-line sul sito Internet dell’editore resistente, tra i trattamenti effettuati al fine di concretizzare e favorire la libera manifestazione del pensiero e, in particolare, la libertà di ricerca, cronaca e critica anche storica”.

Come dire che ciò che ieri era cronaca, oggi è storia e, dunque, a patto che l’informazione sia vera e di pubblico interesse, non si può e non si deve toccare.

Il Garante, tuttavia, non nega che l’interessato abbia diritto a veder riconosciuta la propria identità personale costituita dalla sintesi delle notizie che lo riguardano vecchie e nuove o, almeno, meno vecchie.

Nella decisione resa nelle scorse settimane, dunque, il Garante ha stabilito che le “richieste di integrazione/aggiornamento formulate dal ricorrente debbano essere accolte e che pertanto l’editore resistente debba provvedere a predisporre un idoneo sistema nell’ambito del citato archivio storico, idoneo a segnalare (ad esempio, a margine dei singoli articoli o in nota agli stessi) l’esistenza del seguito o dello sviluppo della notizia in modo da assicurare all’interessato il rispetto della propria (attuale) identità personale, quale risultato della completa visione di una serie di fatti che lo hanno visto protagonista e ad ogni lettore di ottenere un’informazione attendibile e completa”.

Questa volta, dunque – a differenza di quanto troppo spesso accaduto dinanzi ai nostri Giudici – il Garante ha detto no ad ogni forma di amnesia collettiva indotta o manipolazione della storia, rilevando come per tutelare il c.d. diritto all’oblio del singolo o, meglio ancora, il suo diritto all’identità personale più che eliminare informazioni dallo spazio pubblico telematico occorra, semmai, aggiungerne per aggiornare quelle vecchie con le nuove.

Un passo decisamente importante verso la soluzione di una questione che, negli ultimi anni, ha frequentemente minacciato di vedere i diritti all’informazione, alla cronaca e, persino, alla storia schiacciati sotto peculiari ed originali re-interpretazioni del diritto al c.d. oblio che minacciavano e, forse, ancora minacciano, di lasciare ai nostri posteri un “ricordo” falsato della nostra epoca fatta solo di uomini pii e virtuosi.

Bene così ma si può e si deve fare di più perché manca ancora un’affermazione forte ed inequivoca che nessun bit di informazione legittimamente pubblicato debba essere cancellato o nascosto a tutela dell’identità personale del singolo al quale tocca il compito di acquisire – attraverso un naturale processo di evoluzione darwiniana – l’abilità a convivere con il carattere pubblico del proprio passato benché doverosamente completato ed aggiornato con il proprio presente.

Basta, dunque, con l’ipocrita idea secondo la quale le informazioni legittimamente pubblicate andrebbero disindicizzate dai motori di ricerca perché se le informazioni che riguardano il singolo vengono debitamente aggiornate, non c’è più nessun motivo di provare a nasconderle agli occhi del mondo.

E attenzione poi a che – complice il “nuovo” obbligo di aggiornamento delle informazioni pubblicate – editori, blogger e content provioder in genere non trovino, più semplice e meno oneroso, auto-imporsi la cancellazione dei contenuti relativi ad altrui dati personali anziché aggiornarli.

Sarebbe una sconfitta per tutti.

L’obbligo di aggiornamento dei contenuti legittimamente pubblicati deve sorgere solo a seguito della richiesta di aggiornamento da parte dell’interessato e deve essere circoscritto alla pubblicazione delle informazioni fornite all’editore da parte dell’interessato senza commenti e con adeguata documentazione che ne provi la veridicità.

Imporre ad un editore – ma anche ad un blogger o ad un qualsiasi citizen journalist – un onere di costante aggiornamento – a prescindere da ogni richiesta dell’interessato – di tutte le informazioni pubblicate sarebbe, infatti, per un verso inattuabile e, per altro verso, un’eccessiva ingerenza nella propria attività di impresa e/o di informazione.

Vi immaginate cosa significherebbe fare informazione online se dopo aver dato la notizia dell’arresto di un personaggio più o meno noto dovessi, necessariamente, seguirne, per anni, la vicenda giudiziaria per esser pronto ad aggiornare le informazioni originariamente pubblicate?

Legittimare chiunque ad ottenere l’aggiornamento delle informazioni – evidentemente negative [n.d.r. difficile che qualcuno contesterà mai ad un editore di non aver aggiornato la notizia della sua assoluzione con quella della sua successiva condanna in appello] – senza imporgli di documentare la veridicità della richiesta, d’altra parte, renderebbe straordinariamente facile hackerare il sistema e fare in modo che ciascuno tenti di ottenere, sempre e comunque, il miglior possibile ritratto di sé stesso.

Il Garante Privacy sembra, dunque, aver indicato la strada giusta ma il percorso è ancora lungo ed impervio.

Roma, 4 aprile 2013

GUIDO SCORZA

Nella confusione dei tempi ci può essere sfuggito che è cominciato l’ultimo grande assalto dell’Italia al digital divide, cioè la battaglia per ridurre a zero la popolazione non raggiunta da banda larga terrestre (fissa o mobile), entro- si presume- il 2014. A fine marzo è stato pubblicato infatti il primo dei due bandi di gara con cui verranno costruite reti nel digital divide e il secondo bando (più importante) scatterà a fine aprile, probabilmente. I dettagli sono su una pagina poco nota del sito di Sviluppo economico, ma faremmo bene a tenere il fiato sospeso sugli esiti della battaglia: perché eliminare le zone non raggiunte da banda larga significa abbattere l’ultima enorme barriera infrastrutturale a un completo switch off dell’Italia verso il digitale.

È condizione necessaria, ma non sufficiente, perché l’Italia persegua gli obiettivi dell’Agenda digitale europea: pubbliche amministrazioni (uffici, ospedali, tribunali) che parlano senza carta, scuole dove le nuove tecnologie si fondono con i metodi di insegnamento. Aziende del made in Italy che competono a livello internazionale sulle piattaforme dell’e-commerce. Vediamo infatti che vuol dire, in Italia, colmare il digital divide.

È un lavoro certosino di tappa buchi infrastrutturali, che sono premessa di lacune di progresso. Secondo Sviluppo economico, ci sono ancora 2,8 milioni di italiani che non possono avere la banda larga terrestre (escluso il satellite, quindi) nemmeno se volessero. E i dati di Between-Osservatorio Banda Larga ci dicono che questo digital divide è piuttosto ramificato in Italia, per le caratteristiche orografiche del nostro Paese.

Ci sono 1700 comuni (sui 8.094 italiani) dove solo un massimo del 3 per cento della popolazione è coperto da Adsl. E un’ampia fetta (3.157 comuni) che vive in uno stato borderline, con una copertura tra il 6 e il 95 per cento della popolazione. Si parla solo di Adsl, vero, perché non ci sono dati così puntuali per il wireless, che però non contribuisce ancora grandemente a eliminare il digital divide. Appena il 5 per cento della popolazione è coperto solo da Umts/Hspa o Hiperlan/WiMax (tecnologia imparentata con il Wi-Fi) e non da Adsl.

Per un Paese è inaccettabile che tanti comuni- scuole e uffici compresi- siano separati dal treno della rivoluzione digitale.

Sarebbe come, qualche decennio fa, non averli collegati al resto con le strade asfaltate. Ecco perché secondo la Commissione europea risolvere il digital divide è più urgente- e genera più progresso economico, sociale- di espandere la banda ultra larga (30-100 Megabit). Perché coprire tutto con la banda larga è un po’ come passare dal Vhs al Dvd: è il vero scarto dal passato al presente (non lo stesso si può dire dell’avvento dell’alta definizione). Verso una società in cui spostare i bit diventa più importante che muovere persone, macchine, cose, per provare- anche così- ad affrontare alcuni dei problemi critici dell’Occidente (ridurre la disoccupazione e l’inquinamento, in primis).

Ci vorranno mesi, certo, per eliminare il digital divide. Ma ormai il dado è tratto. Con il secondo bando, in particolare, gli operatori prenderanno un contributo pubblico (massimo del 70 per cento, il resto dovranno metterlo loro) per costruire reti fino al cliente finale.

Tra la chiusura dei bandi e l’attivazione delle reti, Sviluppo economico si aspetta che il digital divide sarà chiuso nel 2014 inoltrato. Sì, l’Unione europea ci aveva chiesto di farlo entro il 2013. E la stessa Agenda digitale italiana (v. decreto Crescita 2.0 andato in Gazzetta Ufficiale a dicembre 2012) indicava quel termine come obiettivo. Ma di questi tempi, economici e politici, sarà già una fortuna riuscire a centrare il 2014. Anno cruciale anche perché vedrà l’espansione delle reti mobili Lte (4G) sul 40 per cento della popolazione (annunciano Telecom Italia e Vodafone) e gli operatori le useranno anche in chiave anti digital divide.

E poi, dopo il traguardo del 2014? Niente più scuse: non ci sono più barriere infrastrutturali al passaggio al digitale, restano solo quelle culturali. Ma la speranza è che abbattute le prime, lo Stato possa imporre una trasformazione di fondo che alla fine riesca ad aver ragione anche sulla resistenza degli italiani (quasi il 50 per cento dei nostri concittadini non ha mai navigato: record negativo in Europa Occidentale). Quando la scuola e la Pa ragionano in digitale, insomma, anche gli italiani più restii dovranno capire che questo è il passo da fare per non restare esclusi dalla società.

Il mio augurio è che tutti arrivino (presto!) a considerare l’accesso internet con la stessa urgenza d’inclusione sociale con cui ora si dotano di cellulare.

Non sarà facile anche perché il piano del Crescita 2.0 è incompleto soprattutto nelle parti riguardanti la diffusione della cultura digitale tra cittadini e aziende. Tra l’altro, spetterà al prossimo governo, probabilmente, lavorare per la rivoluzione della scuola: una delle più grandi sfide che ci attendono, anche se ancora non ce ne rendiamo conto appieno. Mettere la banda larga nelle classi è un passo necessario, ma preliminare. Poi bisogna accompagnare i docenti e i programmi verso l’adozione di nuovi modelli d’insegnamento.

Ma di questo e di altro parleremo in prossimi post, passando in rassegna i problemi degli utenti perduti nelle varie pieghe del digitale spesso (anche se non sempre) per colpa di qualcuno più in alto: gli operatori telefonici, le istituzioni.

Roma, 5 aprile 2013

ALESSANDRO LONGO

Consob ha pubblicato la bozza del regolamento sull’equity crowdfunding in Italia, dando seguito ai commenti recepiti durante l’open hearing, tenutosi alcune settimane fa a Roma.

 Lo scopo del regolamento è di dare attuazione alla legge ex-Decreto Sviluppo, avviando una prima fase, in Italia, di “sperimentazione” della raccolta di capitali tramite portali online.

Una volta che il regolamento sarà completato e recepito, le ‘startup innovative’ – secondo una definizione introdotta dalle legge stessa – e le startup a vocazione sociale, potranno finanziarsi via Internet con mini-IPO, per raccogliere fino a 5 milioni di Euro, su portali autorizzati da Consob stessa.

Il regolamento definisce requisiti, modalità operative e caratteristiche che dovranno avere i portali e i loro gestori nonchè il modo di operare e le regole di ingaggio con gli investitori. Vengono anche definite le regole a cui dovranno sottostare le società ‘emittenti’,l’informativa da predisporre e la modalità di sottoscrizione dell’offerta.

La norma ha previsto che i portali potranno essere gestiti direttamente da Banche, e altri investitori autorizzati oltre che da altri operatori per i quali verrà istituito un apposito registro, tenuto e vigilato da Consob.

Nello scrivere la regolamentazione, Consob ha dovuto bilanciare la necessità di consentire lo sviluppo di mercato (ad esempio in termini di oneri e costi dei gestori) con la tutela degli investitori.

Ovviamente si tratta di un tema molto delicato. In particolare, l’investimento in capitale di rischio di una startup è un’attività ad elevato rischio e in questo caso si tratterà di offerte effettuate nei confronti di una platea di investitori non professionali.

E’ necessario ricordare che la legge – per ridurre il rischio di mercato –  ha richiesto che la startup innovativa dovrà essere accompagnata da un investitore professionale. Nel regolamento è specificato che almeno il 5% della quota degli strumenti finanziari offerti dovrà essere stata sottoscritta da investitori professionali, fondazioni bancarie, società finanziarie per l’innovazione e lo sviluppo o incubatori certificati.

E’ stato inserito l’obbligo statutario per le startup di prevedere un diritto di co-vendita (tag-along) a favore delle quote sottoscritte in crowdfunding qualora i soci di controllo (tipicamente i fondatori) cedano per proprie quote successivamente all’offerta.

Inoltre, è previsto che i portali dovranno trasmettere gli ordini a Banche o Società finanziarie abilitate alla raccolta, trasmissione ed esecuzione degli acquisti.

Questi meccanismi in qualche modo bilanciano parzialmente il rischio, in quanto oltre all’onorabilità (e reputazione) del portale, peserà quella dell’investitore nella startup e il fatto che gli ordini verranno di fatto gestiti da chi già opera sui mercati borsistici tradizionali.

Per operare su una piattaforma di crowdfunding la società di gestione dovrà  soddisfare requisiti specifici di onorabilità e professionalità e all’articolo 14 vengono definiti gli obblighi di correttezza in capo al gestore del portale, che dovrà operare con diligenza, correttezza e trasparenza evitando gli eventuali conflitti di interesse che potrebbero incidere negativamente sugli interessi degli investitori e degli emittenti.

Il regolatore ha scelto di costruire la tutela dell’investitore su tre livelli di informativa obbligatoria: informazioni sul portale, sull’investimento in startup innovative (con relativo rischio) e sulle specifiche offerte, per le quali è stato predisposto ed allegato un modello standard.

Tutta le documentazione sarà totalmente dematerializzata, così come le procedure di autorizzazione e trasmissione dei flussi informativi.

Il gestore dovrà predisporre le opportune piattaforme tecnologiche e mantenerle accessibili, avrà la responsabilità di fornire informazioni chiare, corrette e non fuorvianti in merito all’offerta, astenendosi dall’influenzare l’andamento delle adesioni alle singole offerte. Le informazioni per gli investitori dovranno essere predisposte secondo modalità standard, allegate al regolamento. Il gestore dovrà garantire che esse siano aggiornate e restino accessibili per almeno un anno dal completamento della stessa, oltre che in memoria per almeno 5 anni.

Qualora tra il momento di adesione a un’offerta e quello in cui questa si chiude, intervengano fatti nuovi o siano rilevati errori materiali, il portale dovrà prontamento informare l’investitore che avrà sette giorni per eventualmente revocare il proprio ordine.

Potranno essere utilizzati contenuti multimediali per informare i risparmiatori che dovranno dichiarare di aver compreso le informazioni prima di poter accedere ad una sottoscrizione. Inoltre la Consob realizzerà sul proprio sito un’area di ‘investor education’.

E’ stato il Presidente USA Barak Obama a lanciare il crowdfunding all’attenzione globale con il JOBS Act, avendo anche preso atto di quello che stava succedendo su Internet da qualche anno, soprattutto in America.

Oggi, puoi andare solo da un gruppo limitato di investitori – incluse banche e persone facoltose, per ottenere risorse finanziarie.” Ha dichiarato Obama. “Leggi vecchie di otto decadi, rendono impossibile investire a tutti gli altri. Ma molto è cambiato in 80 anni, ed è tempo che lo facciano anche le nostre leggi.”

Bisogna dare credito al Ministro Passera e la sua Task Force per aver introdotto in Italia tra i primi al mondo – ancorchè in forma sperimentale – uno strumento che è destinato nei prossimi anni a far nascere decine di migliaia di nuove imprese nel mondo, generando centinaia di migliaia di posti di lavoro.

Con Internet si va verso la democratizzazione della finanza, consentendo agli imprenditori di finanziarsi online e se Consob riuscirà a mantenere questa qualità di lavoro a questa velocità di esecuzione, entro l’Estate potremmo cominciare a vedere i primi esempi di equity crowdfunding in Italia.

La legge è certo perfettibile, ma intanto c’è, è in fase di attuazione e tra qualche mese non ci saranno più scuse per chi crede di avere le idee e le capacità di fare una startup veramente innovativa e di successo in Italia.

La gran parte delle offerte di crowdfunding si risolvono dentro la rete sociale degli imprenditori. Più che mai conterà il team tanto quanto la concretezza del progetto proposto. Perché saranno i fondatori delle startup a dover convincere le proprie reti sui siti dei portali.

Se tutto ciò funziona, il 2013 sarà da ricordare come l’anno delle startup e di un’idea nuova: concentrarci sullo sviluppo e cominciare credere in un futuro diverso fatto anche di imprese innovative, leader e Italiane.

Milano, 3 aprile 2013

GIANLUCA DETTORI