Miscellanea

“Back to the future”: La PA quando riuscirà a non fare più salti indietro sull’innovazione?

“Back to the future” è il blockbuster del 1985 di Zemeckis che, con i suoi sequel, ha tenuto banco al botteghino per un bel pezzo. L’idea è carina: un adolescente vessato da genitori anonimi e frustrati, complice un amico scienziato, torna indietro nel tempo fino al momento nel quale i suoi …

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“Back to the future”: La PA quando riuscirà a non fare più salti indietro sull’innovazione?

“Back to the future” è il blockbuster del 1985 di Zemeckis che, con i suoi sequel, ha tenuto banco al botteghino per un bel pezzo. L’idea è carina: un adolescente vessato da genitori anonimi e frustrati, complice un amico scienziato, torna indietro nel tempo fino al momento nel quale i suoi hanno la sua stessa età. Proprio con i genitori “coetanei”, insieme nella medesima cittadina di provincia, intavola casualmente un intenso rapporto. Al ritorno dal viaggio scoprirà che, grazie alla sua involontaria saggezza, ha cambiato il corso degli eventi e troverà un padre e una madre pimpanti e di successo.

Capita spesso di tornare in luoghi della nostra vita che non frequentiamo, magari da dieci o venti anni. Il primo pensiero è di cercare, nell’ineluttabile cambiamento, qualche punto di riferimento che è restato uguale a se stesso. O che, in ogni caso, possa aiutarci a ricostruire le sensazioni, gli spazi, i percorsi per come ce li ricordavamo.

Il nostro rapporto con la tecnologia lo sperimentiamo ogni giorno. Ed è continuo quanto intenso. Se tuttavia provassimo a tornare indietro nel tempo di solo dieci anni, la ricerca di agganci con il presente sarebbe sostanzialmente vana: niente è come prima. Il telefonino, ad esempio: nel 2003 era già un dato di fatto assodato nella nostra vita. Eppure, gli appigli della memoria, i punti di riferimento non ci sono: il rapporto con i social, la condivisione di immagini e filmati, le APP hanno spazzato via tutto. Come aver lasciato la casa della propria infanzia e trovare, al suo posto, soltanto un groviglio inestricabile di autostrade.

I primi TACS e poi i GSM avevano già in sé il germe della mobilità. Ma si trattava di un mondo sostanzialmente “fisso” cui veniva offerta una opzione liberatoria, peraltro confezionata principalmente per i ricchi, quasi uno sfizio. Umberto Eco, agli inizi degli anni ’90, in una “Bustina di Minerva” acidissima e molto gauchiste, maltrattava il cellulare: appena tollerabile se utilizzato per il bene comune e per stretta necessità, ma senz’altro inappropriato, in un’aura equivoca, esibizionista e un po’ cafona, per la buona parte del mondo civile.

Tutto è cambiato, compresa l’opinione di Eco. E non si tratta di un fatto esteriore, di un face lifting o del continuo, leggero miglioramento di questa o quella tecnologia. Queste cose le sappiamo bene.

Un felice salto indietro nel tempo, proprio sulla innovazione, lo fanno invece ogni giorno i dipendenti della Pubblica amministrazione. Un raro privilegio elargito ormai quasi in esclusiva. Lasciato a casa l’Ipad, riposto lo smartphone nel taschino, arrivano al lavoro e accendono il loro PC. Gli appare, nella maggioranza dei casi, il desktop di Windows XP. Niente di cui scandalizzarsi, anche perché, a 12 anni dal lancio, domina ancora sul 40% dei PC di tutto il mondo. Ma lo stile di lavoro, quello sì, è preoccupante.

In un mondo nel quale tutto è ormai “mobile”, “fisso” è il concetto dominante negli uffici. Lo è il PC, lo è il disco locale sul quale si accumulano le informazioni, lo è la postazione di lavoro. Così fissa che non è raro il caso nel quale lavoratori intrinsecamente “mobili”, che svolgono il loro lavoro in giro, senza necessariamente una scrivania, perdono spesso anche la loro identità elettronica: niente PC, niente indirizzo mail, e buonanotte.

Siamo in tempi di spending review. Eppure le modalità di comunicazione interna del sistema pubblico restano ancorate a milioni di telefoni fissi (pure loro) e di fax miracolosamente invulnerabili, tra le pallottole che fischiano ovunque, a qualsiasi taglio. E potremmo andare avanti con i processi di stampa, che definire arcaici è dir poco.

Ma non è nemmeno questo il tema che ci interessa adesso. La domanda che poniamo è più generale. Lo sviluppo delle imprese (e del Paese) passa per la Pubblica amministrazione. Ci passa attraverso pratiche, autorizzazioni, richieste, ma anche, lato sensu, nel supporto alla elaborazione e al dispiegamento delle politiche nazionali di crescita. Può l’impero del “fisso” supportare lo sviluppo di un Paese “mobile” in un contesto comunitario e internazionale ancora più “mobile”?

La questione non è così paradossale o peregrina come appare. Lo stile di lavoro, la cultura organizzativa conta, e noi assistiamo adesso, almeno con le amministrazioni più virtuose, alla continua necessità di una faticosa riconversione di prodotti confezionati in modo arretrato verso standard attuali. L’esempio classico è quello degli open data, dati prima costruiti “prigionieri” e successivamente liberati. Ma l’analisi del processo di sviluppo di un qualsiasi documento, dal concept alla redazione, dalla pubblicazione fino alla conservazione sostitutiva è ancora più eclatante.

Si mettono “toppe”, magari ottime, a filiere di lavorazione logore, inefficienti e farraginose. E si tratta pure di toppe costose: non è temerario affermare che, riformando la PA attraverso un intervento profondo e radicale, si otterrebbero già nel breve periodo risparmi rilevanti sui costi vivi, cifre a nove zeri. Contemporaneamente, e ben di più, si avvertirebbe il nuovo respiro del Paese: come avviene quando si libera una pianta dal vaso troppo angusto, ormai un groviglio di radici sofferenti, per porla in una cassetta con terra nuova e dimensioni adeguate.

La rivoluzione richiede innanzitutto, portando la sintesi all’estremo, lo spostamento del baricentro dal “fisso” al “mobile”. Inizia dalla famigerata “postazione”, che si alleggerisce di oggetti e contenuti, mentre lo spazio si libera e il focus si sposta sul gruppo che concorre a una determinata attività. Il tessuto connettivo è dato dai sistemi di comunicazione unificata, dai social agli spazi virtuali di lavoro comune. Come accade già e in maniera consolidata, se ben ci pensiamo, per la nostra vita di tutti i giorni. Se la condivisione corre veloce con i colleghi, sarà più semplice estenderla verso i cittadini, con il beneficio di crescere in efficienza e trasparenza (che fanno rima nel concetto, prima che nelle parole).

A Firenze stiamo iniziando un lavoro in questo senso. Lo facciamo mandando avanti la pattuglia che già si occupa di innovazione. Ci proviamo, insomma e pure radicalmente. A partire dalle postazioni, dai telefoni fissi, dagli spazi individuali per approdare a desktop virtualizzati, gruppi collaborativi e coworking space.

Tra qualche mese avremo i primi risultati. Vi teniamo informati!

Firenze, 16 maggio 2013

GIOVANNI MENDUNI

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